Motivazioni della Banca Centrale

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Perché la Banca Centrale sceglie l’espansione monetaria

 

Dati gli effetti di un’espansione monetaria, ci si chiede perché la Banca Centrale continui a seguire una politica di espansione monetaria. Le motivazioni di un intervento della banca centrale sono tre: La prima ideologica, le altre due hanno ragioni politiche ed economiche:

 

1. L’ideologia dominante, fra i ricercatori, gli accademici e i dirigenti bancari, è ancora un’idea keynesiana per cui l’espansione monetaria e l’abbassamento dei tassi di interesse diano un impulso positivo all’economia. Infatti, la regola per cui FED e BCE regolano i tassi di interesse è la regola di Taylor ->vedi sotto

 

2. La Banca Centrale è un’ente in vista e perciò risente facilmente di un’influenza politica. Questo vale anche se la BC è formalmente indipendente e non è istituita direttamente dagli Stati nazionali (fra le prime «banche centrali» vi erano società nate spontaneamente dall’aggregazione di diverse banche). Perciò gli Stati nazionali o le comunità sovranazionali possono avere influenza sulle decisioni della BC. A tal proposito, è bene ricordare che gli stati nazionali sono i primi debitori, per via delle dimensioni del debito pubblico. E il debitore, per definizione, è avvantaggiato da un tasso di interesse basso.

 

3. La Banca Centrale è di proprietà delle Banche Nazionali (come la Banca d’Italia), le quali devolvono allo Stato di appartanenza i propri profitti (dopo aver fatto i dovuti accantonamenti nelle riserve e coperto i costi di gestione incluso il costo del personale). Bisogna specificare che tutti i prestiti che la Banca Centrale concede alle banche commerciali hanno un ritorno economico enorme (i tassi di interesse pagati da tutte le banche), il quale va dunque allo Stato. È il cosiddetto reddito da signoraggio.

 

In definitiva, lo Stato trae notevoli vantaggi dal credito creato. Keynes pensava che la creazione di moneta fosse un gioco a somma positiva, perché stimolando l’economia (consumi e produzione) tutti ne beneficiano. Tuttavia la creazione di moneta potrebbe essere un gioco a somma zero (se non a somma negativa nel lungo periodo), allora non è altro che una redistribuzione della ricchezza da una parte sociale all’altra. In particolare, dai cittadini allo Stato, come una sorta di imposta aggiuntiva. In questo caso la questione sulla bontà o meno di un’espansione monetaria va valutata da altri punti di vista: da un lato la filosofia politica e morale (è giusta una tale redistribuzione?), dall’altra l’analisi dell’efficienza ed efficacia degli strumenti economici dello Stato: è economicamente conveniente che lo Stato decida come spendere la ricchezza al posto dei cittadini che la producono? Non si approfondirà qui la questione, che è invece al centro di altri lavori, come Justice as Equality and Neutrality (De Luigi, 2015).

 

 

La regola di Taylor

 

La Fed e la BCE operano regolando i tassi di interesse in base alla regola di Taylor, qui sotto modificata e semplificata per rendere più comprensibile il concetto fondamentale anche a chi è meno avvezzo alle equazioni.

formula taylor

Il tasso di interesse i è quello applicato dalla BC. Il tasso i* è quello reale presente nell’economia. Richiamando gli esempi precedenti, il tasso i è quello del mercato interbancario in presenza di una BC, il tasso i* è quello che la banca B chiede a Dave per il prestito. La differenza fra i due tassi di interesse deve compensare la differenza fra il tasso di inflazione attuale e quello obiettivo (πt-π*) e il differenziale fra la produzione attuale (che è il PIL o il reddito) e quello obiettivo (yt-y*). L’inflazione obiettivo e il reddito obiettivo sono calcolati del tutto arbitrariamente presumendo di conoscere quale sia il livello desiderabile della società nel suo complesso, che è generalmente considerato un livello stabile, con minime fluttuazioni e caratteristico di un’economia in salute (secondo alcuni: un pieno livello di occupazione).

Poniamo che la BC abbia fissato π* e y* in base alle sue stime, mentre il tasso di interesse i* è dato nell’economia:

 

1. Se l’inflazione π aumenta a parità delle altre variabili (discostandosi quindi da π*) allora la BC deve aumentare il tasso di interesse i: infatti un tasso di interesse maggiore, portando a minor creazione di moneta e credito, fa diminuire la quantità di moneta in circolazione rispetto alla quantità di tutti gli altri beni e servizi, aumentandone il valore relativo (diminuendo i prezzi dei beni nell’economia e quindi riportando l’inflazione al suo valore obiettivo π*). Viceversa se l’inflazione diminuisce.

 

2. Se il reddito y aumenta a parità delle altre variabili (discostandosi quindi da y*) allora la BC deve aumentare il tasso di interesse i: infatti un tasso di interessse più alto disincentiva consumi e investimenti nell’economia reale (almeno secondo un assunto tipicamente «keynesiano»), portando così a una diminuzione di reddito e produzione, che tornano al livello obiettivo. Viceversa se il reddito diminuisce.

 

Se la regola è incentrata su un equilibrio (per quanto un equilibrio artificioso, scelto a tavolino dalle autorità monetarie) perché il tasso i viene costantemente tenuto basso, rasentando lo zero? Per rispondere a questa domanda, ci si chieda piuttosto: quando l’economia di uno Stato moderno ha mai raggiunto un livello di produzione e reddito y che è considerato ideale dai suoi cittadini?

 

 

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