Cos’è il denaro: le caratteristiche intrinseche7 minuti

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La nascita del denaro è storicamente dovuta a uno spontaneo meccanismo di mercato. Le prime forme di denaro non erano altro che una merce selezionata per le sue caratteristiche particolari, che la rendevano preferibile a chi volesse tesaurizzare o custodire dei beni. Affinché possa essere identificato come buona moneta, un bene deve avere le seguenti caratteristiche intrinseche:

1. Deve mantenere il proprio valore nel tempo, per cui:

1.1 Non deve essere deperibile
1.2 Deve avere un’offerta limitata: bassa o nulla produzione rispetto alla quantità in circolazione (stock-to-flow).

(dal lato della domanda invece, i fattori che concorrono alla determinazione del valore sono estrinseci al bene stesso)

2. Deve essere facilmente vendibile, quindi:

2.1 Divisibile
2.2 Fungibile
2.3 Verificabile
2.4 Trasferibile

3. Deve poter essere messo in sicurezza nel modo più veloce e meno costoso possibile.

Approfondiamo questi punti nel dettaglio e con qualche esempio.

Per quanto riguarda il valore, è ovviamente preferibile mettere da parte un bene che mantiene o accresce il proprio valore nel tempo (1), piuttosto che uno che cali di prezzo. Il capo di una tribù primitiva verosimilmente collezionava ossidiana perché la considerava di grande utilità nella sua epoca, in particolare per la costruzione di armi e utensili, mentre i mercanti di qualche era successiva avrebbero preferito mettere da parte dell’oro. In entrambi i casi, vi sono circostanze storiche per cui vi è una certa richiesta di un particolare bene, che quindi risulta preferito dagli attori in gioco. Questo avviene per via di fattori talvolta estrinseci al bene in sé, come ad esempio i gusti, i costumi, le idee politiche, filosofiche, religiose o le teorie scientifiche. Vi sono però anche delle caratteristiche più oggettive che concorrono al mantenimento del valore nel tempo. La prima, comune a pressoché qualsiasi forma di denaro, sia antica che moderna, è la non deperibilità (1.1). Per esempio, il sale (da cui il termine “salario”) si conserva bene nel tempo e quindi è preferibile come riserva di valore, piuttosto che il grano, che può marcire o ammuffire o essere intaccato da insetti o parassiti. Un secondo aspetto necessario al mantenimento del valore è l’aspettativa che l’offerta del bene sul mercato non aumenti eccessivamente rispetto a quanto in circolazione, ovvero che l’offerta sia limitata (1.2). Non è sufficiente che ci sia poca disponibilità in uno specifico luogo e momento: a Milano per esempio non ci sono molte conchiglie Jangostor a decorare l’arredamento delle case, tuttavia in pochi sceglierebbero di mettere da parte i loro risparmi in conchiglie, poiché ci si potrebbe aspettare da un momento all’altro che un grosso distributore ne porti dall’estero una carovana in città, facendone abbassare il prezzo. La discriminante non è insomma un’offerta limitata oggi, ma l’aspettativa che rimanga limitata anche in futuro.

Va specificato che una limitata disponibilità di un bene è un concetto necessariamente relativo, derivato dal rapporto fra domanda e offerta. Non basta un buon rapporto stock-to-flow fra la quantità prodotta e il circolante, poiché il valore dipende anche e soprattutto dalla domanda: la richiesta mondiale di Jangostor potrebbe essere dovuta a una moda passeggera, su cui un investitore prudente non farebbe affidamento, poiché se cambiassero le preferenze dei consumatori, a parità di produzione (e quindi a parità di rapporto stock-to-flow), il valore di un bene potrebbe comunque cambiare in modo determinante. Poiché però queste caratteristiche dipendono anche da fattori estrinseci, ad esempio le preferenze dei consumatori o un intervento coercitivo da parte di forze politiche, non sono particolarmente significative al fine di una categorizzazione teorica di quelle che sono le caratteristiche peculiari della moneta.

Oltre al mantenimento del valore, vi è una seconda fondamentale caratteristica che concorre a rendere un bene una moneta, ovvero la sua vendibilità (2). Più facilmente è vendibile, maggiore è la preferenza ad accumularlo e desiderarlo, quindi a ritenerlo moneta di scambio. Che una conchiglia Jangostor e un’auto Ferrari abbiano un valore economico è senz’altro riconosciuto da tutti, ma il loro valore non è direttamente rapportabile al valore di ogni altro bene nel mercato, quantomeno non senza l’utilizzo di un mezzo di scambio intermedio come misura del valore. È molto difficile calcolare il valore di una Ferrari in termini di pecore, o di un barattolo di maionese in termini di personal computer. Immaginiamo di dover andare al supermercato a far la spesa muniti solo del nostro gregge di pecore: impiegheremmo un secolo alla cassa prima di riuscire ad accordarci su quante pecore (o quanti pezzi di pecora) usare per pagare la spesa. Per questa ragione un’automobile o un gregge di pecore non sono una buona moneta, quantomeno per gli standard odierni.

Perché sia il più possibile vendibile e quindi scambiabile, un bene deve essere:

  • (2.1) Divisibile a piacere: potrei staccare una portiera alla Ferrari e tentare lo scambio con la pecora, ma sarebbe probabilmente maggiore il danno del profitto derivato dallo scambio. Invece il sale, o il metallo (eventualmente fondendolo in parti più grandi o più piccole) sono divisibili pressoché a piacere, quindi più facilmente scambiabili e vendibili.
  • (2.2) Fungibile: la fungibilità è la piena sostituibilità fra due elementi data dall’assenza di individualità di ciascuno. Due pecore a parità di razza, età e peso possono differire molto in valore, ad esempio perché una delle due potrebbe essere malata. Le pecore sono meno fungibili dell’oro, poiché un acquirente potrebbe voler trattare il prezzo per ogni singola pecora coinvolta nello scambio, mentre un grammo d’oro sarà, salvo casi eccezionali, sempre pari in valore ad un altro grammo d’oro.
  • (2.3) Verificabile: maggiore è la certezza che la merce corrisponda realmente a quanto dichiarato, più facilmente è vendibile. Se un certo bene è semplice da verificare, a parità di altre condizioni sarà quello preferibile
  • (2.4) Trasferibile: maggiore è il valore del bene rispetto al costo che si supporta per spostarlo, portarlo con sé, trasferirlo, più quel bene sarà desiderato e scambiabile, quindi preferito come denaro.

Infine, vi è una terza caratteristica legata al nostro bisogno di sicurezza e privacy: chiunque preferisce una riserva di valore che sia facile e poco costosa da mettere in sicurezza (3), riparare da occhi indiscreti, da furti o confische. Da questo punto di vista, un diamante che si possa portare al dito o nascondere in cassaforte è certamente preferibile rispetto a un’automobile o un gregge di pecore.

Chi conosce Bitcoin sa che è stato specificamente progettato per incontrare tutte queste caratteristiche, al meglio di quanto la scienza contemporanea possa offrire. Non esiste cioè un bene che, ad oggi, abbia delle proprietà intrinseche migliori di Bitcoin per qualificarsi come moneta. Tuttavia, tutte le caratteristiche elencate sono necessarie affinché un bene diventi una buona moneta, ma non sufficienti. Soltanto con la progressiva adozione di quel bene come “moneta”, che può impiegare anni, decenni o secoli, si innesca un “effetto network” per cui diventa palesemente più conveniente per tutti esporre e trattare prezzi nominati in quella moneta, oltre che prepararsi a riceverla e utilizzarla a propria volta.

Bitcoin è ancora troppo giovane per essere universalmente considerato come una vera e propria moneta. Max Planck diceva che “una nuova verità scientifica non trionfa perché i suoi oppositori si convincono e vedono la luce, quanto piuttosto perché alla fine muoiono, e al loro posto si forma una nuova generazione”. Questo è tanto valido per la teoria (scientifica) quanto per l’applicazione pratica della teoria economica e monetaria.

 

Una buona unità di misura?

Quando un bene diventa moneta perché rispecchia le caratteristiche sopra descritte, diventerà anche unità di conto degli altri beni nell’economia. Questo però non significa che sia un’unità di misura stabile o che debba esserlo. La ricerca della stabilità dei prezzi è un mantra senza senso che ci perseguita. L’essere “unità di misura stabile” è del tutto contingente alla moneta, non necessario.

Oggi abbiamo una moneta fiat che è creata allo scopo della “stabilità dei prezzi” (che in realtà è una costante inflazione), ma qual è il vantaggio? I prezzi sugli scaffali dei supermercati vengono aggiustati continuamente in base alle complesse dinamiche di costi e ricavi in libero mercato, e varieranno a prescindere dal potere d’acquisto della moneta. La BCE potrà infondere tutta la scienza che vuole nei suoi calcoli, ma la Kinder Brioss cambierà inevitabilmente di prezzo. Quando dobbiamo decidere cosa prendere dagli scaffali, non siamo per nulla avvantaggiati dal fatto che l’euro valga in potere d’acquisto esattamente quanto l’anno scorso, poiché il valore di un euro è calcolato su una media ponderata dei prezzi di un paniere di beni scelto come riferimento. Beni del paniere tendenzialmente deflattivi, come quello dell’elettronica, in cui la tecnologia permette prezzi sempre più bassi, oppure inflattivi, come gli immobili nei centri città più in voga, incideranno pesantemente sulla media del paniere in modi diversi, perciò anche nell’impossibile caso in cui il mercato delle merendine non subisca variazioni di costi e ricavi di nessun tipo, la Kinder Brioss avrà oggi un prezzo diverso rispetto a qualche anno fa, che piaccia o no al regolatore monetario. E al consumatore questo interessa poco.

Ciò che conta per il consumatore è che i suoi averi non perdano potere d’acquisto (valore nel tempo) e che possa scambiarli con la più vasta scelta di beni possibili, ad ogni occorrenza (vendibilità). Se la stabilità significa che una moneta non si svaluti, allora è sicuramente apprezzata rispetto ad una situazione di volatilità. Ma non è la stabilità in sé a costituire il vantaggio. Infatti, se la moneta si apprezza notevolmente rispetto a un paniere di beni, il consumatore ne è felice, eppure la moneta non si può dire stabile. Il desiderio di chiunque è evitare la svalutazione, non mantenere un eguale potere d’acquisto rispetto a un paniere determinato arbitrariamente da qualche burocrate.

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